venerdì 6 novembre 2015

Unità nella sofferenza e nella gioia


L’unità psicofisica è il centro dell’individuo, della persona.
Molte esperienze della felicità, ma anche della sofferenza, sono esperienze dell’unità psicosomatica. Ad esempio le varie espressioni artistiche come la danza e la musica coinvolgono sia la dimensione del corpo che quella della psiche. La nostra vita quotidiana è piena di momenti in cui cerchiamo, anche inconsapevolmente, qualche forma di unione tra le nostre diverse componenti: durante una cena con gli amici vengono coinvolti tutti i sensi e il nostro essere si apre alla condivisione. Ciò che unisce non è  il bisogno di mangiare, ma lo stare assieme con persone con cui vogliamo condividere la nostra gioia e i nostri problemi.
I momenti di gioia possono essere momenti di unità, ma anche quelli di sofferenza lo possono essere. Un’unità dolorosa può avvenire, ad esempio, in occasione della perdita di una persona cara, per la quale tutto il nostro essere soffre. Se questa perdita è vissuta non nella solitudine, ma circondata da amici che magari non sentivi da anni, può essere un momento di condivisione del dolore.

La vera sofferenza è proprio quella che viene dalla solitudine, dal non avere qualcuno da amare e per cui lottare nella propria vita; questo è il dolore più profondo causato dalla divisione dagli altri.

mercoledì 28 ottobre 2015

Uomini e macchine



Le diverse parti che compongono l’uomo  per comodità vengono studiate singolarmente: la medicina studia il corpo, la psicologia la ‘psiche, la teologia lo spirito. Questa divisione è stata l’inizio dell’epoca illuministica e ha portato a grandi progressi, ma anche a considerare l’uomo come una macchina, anzi peggio perché almeno un meccanico la macchina la conosce interamente. A questo proposito  ricordiamo il celebre Trattato delle sensazioni di Condillac, in cui l’uomo è paragonato a una statua che pian piano scopre i propri sensi, uno alla volta come fossero parti completamente separabili.         
 Non si può invece fare a meno di considerare l’unità psico-fisica, senza rinnegare tutti i progressi che sono stati raggiunti con la specializzazione delle diverse discipline. Infondo proprio il progresso delle conoscenze scientifiche ha riportato alla luce in questi anni, il fatto che l’uomo è un’unità e che per curare anche solo una parte del corpo bisogna tenere conto di tutto l’organismo.

martedì 7 luglio 2015

E pensare che siam piccoli, piccoli...così.

Non temere piccolo gregge perché al Padre vostro è piaciuto di dare voi il regno (Lc 12,36). "Non temere" è sempre la prima cosa che Dio dice all'uomo, per esempio quando l'angelo saluta Maria. Quindi Gesù, Figlio di Dio in un certo senso si presenta a noi con questo invito a "non avere paura" della nostra piccolezza, ma anzi a vederla come una opportunità, perché a Dio è piaciuto di rivelare la sua grandezza proprio al piccolo gregge.
Questa è la scelta di Dio, che è presente in tutta la storia della salvezza così come è narrata nella bibbia.
Cominciando da Abramo e Sara che erano piccoli in quanto non avevano figli ed erano troppo vecchi per averne, Dio sceglie proprio loro per dare origine al suo popolo. Così Dio sceglie Giacobbe che è il fratello più piccolo; sceglie Davide a preferenza dei suoi fratelli più grandi, ecc...
In alcuni passi questa scelta viene espressa in modo assolutamente chiaro.
e nella prima lettera ai Corinti dove San Paolo afferma:
"Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono... (1Cor 1,27-28)"
Abbiamo visto che Dio sceglie i piccoli, e questo in genere si sa è un dato di fatto abbastanza acquisito, ma di solito si pensa che Dio è grande. Nel credo diciamo "Credo in Dio Padre onnipotente creatore del cielo e della terra" e questo è vero, ma a volte la nostra idea di Dio si ferma lì, invece il Dio cristiano non si ferma nella sua grandezza, ma nell'incarnazione del Figlio diventa piccolo come un uomo e anche dopo la sua risurrezione resta uomo con le ferite della croce.
Quindi in un certo senso anche Dio è piccolo come noi. Lui lo è per scelta non per natura, noi lo siamo per natura e possiamo assumere questa piccolezza per scelta, come diceva il vangelo di oggi:
"In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli.(Mt 18,3-4)"
Per questo pensare alla nostra piccolezza non deve essere motivo di depressione o di scoraggiamento, ma può diventare motivo di gioia perché siamo piccoli così come Dio si è fatto piccolo.
Guardando le stelle si pensa
 al salmo 8 :
"Se guardo il cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai creato, che cos'è l'uomo perché te ne ricordi, il figlio dell'uomo, perché te ne curi?".
In fondo basta alzare gli occhi per rendersi conto della nostra nullità.
Gesù, proprio per essersi fatto piccolo e debole fino alla morte è stato esaltato e risuscitato e anche noi possiamo avere un destino simile al suo se accettiamo la nostra naturale piccolezza e fragilità

BUONA ESTATE A TUTTI!

mercoledì 1 luglio 2015

Forza Ettore!

Ho sempre ammirato molto la figura di Ettore e mi ha sempre fatto riflettere soprattutto il suo duello con Achille. Nello scontro finale l'eroe troiano avrebbe meritato di vincere, ma Achille oltre al fatto di essere invulnerabile, ha dalla sua parte la dea Atena che lo aiuta in maniera decisiva e ha anche le armi di Efesto che lo proteggono dai colpi del nemico.
Ettore rappresenta dunque l'eroe che lotta invano contro il destino e si trova in condizioni avverse di handicap, nel senso letterale del termine, cioè lo svantaggio iniziale.
Per fortuna in alcuni casi gli Ettore di oggi vincono contro Achille e tutti i suoi aiuti, ad esempio nel mio caso posso dire di aver vinto qualche battaglia come il raggiungimento della laurea e ora l'insegnamento, nonostante alcuni ostacoli che la società pone alle persone con deficit.
Quindi....forza Ettore! 

mercoledì 3 giugno 2015

Regresso o evoluzione?

Se non c’è qualche idea di trascendenza l’uomo rischia di fare la fine descritta nella maglietta: un regresso. Se infatti l’evoluzione è l’unica spiegazione dello sviluppo umano niente impedisce di tornare al punto di partenza. Non metto in dubbio la teoria dell’evoluzione, ma questo processo non può essere stato una semplice casualità: gli scienziati dicono che ci sono dei momenti cruciali che non hanno ancora una spiegazione scientifica, quindi è successo qualcosa di strano e inspiegabile.Infatti tra tutte le specie di scimmie solo noi ci siamo evoluti, mentre i nostri cugini scimpanzé, che hanno il 98% del DNA in comune con noi, sono rimasti scimmie. Alcuni scienziati spiegano l’evoluzione umana facendo riferimento a un cambiamento climatico che avrebbe costretto le scimmie a scendere dagli alberi e a camminare in modo eretto. Resta il fatto che il cambiamento climatico è avvenuto per tutti, e quindi ci deve essere stato qualcos’altro che ha permesso la nostra evoluzione. Per un credente tutto ciò rientra nel disegno di Dio, per un non credente una possibile spiegazione è il caso.

(immagine tratta da http://www.spreadshirt.it/magliette+nerd)

mercoledì 27 maggio 2015

Mille fili mi legano qui




Il libro di Silvia Bonino Mille fili mi legano qui. Vivere la malattia. (editrice Laterza Bari 2006) presenta alcune osservazioni interessanti.
L’autrice afferma :
In ogni caso nella malattia come in ogni altra attività umana, cognizione ed emozione, pensiero e affetti, corpo e mente sono inscindibilmente coinvolti, ed è solo per chiarezza di analisi che essi vengono distinti. [...]
Per gli stretti rapporti esistenti tra psiche e corpo, un più elevato adattamento psicologico comporterà anche un migliore adattamento sul piano fisico. In altri termini, chi non rinuncia a vivere e a crescere nonostante la malattia, ha anche maggiori probabilità di stare meglio fisicamente.
Questo non significa che sia sufficiente la forza di volontà per guarire dalla malattia, alla base di questa concezione vi sarebbe un concetto di unità psicosomatica sbagliata: mente e corpo si influenzano a vicenda, ma non si può parlare di un’unità in senso deterministico.
La malattia cronica deve essere curata tenendo conto dell’unità psico-fisica e anche dell’obbiettivo che il paziente ha nella sua vita. Per esempio io faccio logopedia per parlare meglio, per poter dettare ai miei collaboratori, mentre muovere una gamba a me serve meno, perché non è l’obbiettivo della mia vita, mentre potrebbe esserlo per un altro.

mercoledì 6 maggio 2015

Il circo della farfalla


Per leggere questo pensiero incompleto, vi invito a guardare il video su youtube "Il circo della farfalla":
https://www.youtube.com/watch?v=y7inI8r1MFg.


Quella proposta dal video è una visione della disabilità indubbiamente positiva, perché rifiuta ogni atteggiamento pietistico e mostra invece che le persone disabili devono essere spronate a fare un cammino per tirar fuori le proprie potenzialità anche quelle che non credono di avere, ma che invece hanno.
Un altro aspetto importante, messo in evidenza dal video, è la presenza in ognuno di un limite che però può essere trasformato: ognuno dal bozzolo può diventare farfalla; come avviene per Poppy l’acrobata che nonostante l’età si esibisce ancora o per la prostituta rimasta incinta che diventa ballerina nel circo. Tutto dipende dall’incontro con qualcuno capace di vedere la bellezza e le potenzialità nascoste, in questo caso Méndez il direttore del circo della farfalla. Questo video è anche una metafora che parla di Dio: la scena in cui Méndez si inginocchia davanti a Will e gli dice “Tu sei magnifico”, può essere un modo di parlare dell’amore di Dio per la sua creatura:
"tu sei prezioso ai miei occhi,
perchè sei degno di stima e io ti amo" (Is 43, 4).
L'uomo però a volte reagisce a questa vicinanza, a questo sguardo che rivela ciò che la persona è veramente nel profondo, con il rifiuto proprio come Will sputa in faccia a Méndez. Qui si può cogliere un'analogia con la passione di Gesù.

Questa rappresentazione della disabilità è anche però un po’ violenta perché il protagonista  è solo, non ha una famiglia, o meglio la sua famiglia è il circo. Si deve sottoporre a prove molto dure e umilianti, faticose anche dal punto di vista fisico (quando ad esempio deve attraversare il fiume). Il rischio di questa rappresentazione è di far pensare che il disabile per valere debba essere necessariamente un “vincente”, ovvero fare qualche cosa di straordinario: questo è il tipico stile “americano”; è invece più completa una visione della disabilità che valorizza la persona anche quando è “perdente” o “normale”.